I viaggi di Marina e Lorenzo

lunedì, 15.03.10

MICHAEL CUNNINGHAM, DOVE LA TERRA FINISCE

Chi come me è ignorante in geografia, leggendo le prime righe potrebbe pensare che Provincetown sia un luogo della mente più che un luogo reale. Non viene fornito alcun dato geografico significativo, ma solo descrizioni ai limiti del metafisico (questa Provincetown sembra così provinciale e insignificante e tuttavia poetica e di una struggente bellezza), ma piano piano assume il rango di città reale: scopriamo che si trova nel New England, che sulle sue rive sbarcò il Mayflower, che è la meta prediletta da gay e lesbiche d'America e che sì, è una cittadina insignificante, ma cui Cunningham è molto legato. Nessuno scrittore americano, forse uno, ha mai dedicato un libro a Provincetown. Lo fa Cunningham avvertendo però il lettore che non farà una descrizione oggettiva della città ma farà la SUA descrizione della SUA Provincetown: "con questo libro spero di offrire né più né meno che la storia del mio amore personale", dice.

Provincetown è una meta turistica d’estate, alla pari delle nostre città lungo la Riviera romagnola: viva e attiva, sovraffollata nella bella stagione, morta e deserta d’inverno. Non un monumento che possa spingere un viaggiatore a recarvisi. E francamente, dopo aver letto questa lunga descrizione, non ho aggiunto Provincetown all’elenco dei luoghi del mondo da vedere nella vita. E non perché Cunningham non descriva bene la città: anzi, la descrive in modo mirabile, riuscendo a cogliere una poesia nelle singole piccole cose, cose che sarebbero altrimenti insignificanti, come solo pochi riescono a fare. La capacità evocativa della sua scrittura rende poetica una città che, per ammissione stessa dell’autore, poetica non è per niente. Scrive Cunningham “Provincetown è per sua natura una destinazione. Non è sulla strada di altre mete. Una delle sue attrattive sta nel fatto che le persone che ci arrivano hanno compiuto un certo sforzo per farlo”(p. 12).

Cunningham insiste molto sulla vocazione di Provincetown quale città frequentata da gay. Da omosessuale dichiarato, però, volutamente non cerca di rendere questo fatto come una cosa normale, ma lui stesso insiste, sottolineando più e più volte come gli eterosessuali qui siano in minoranza. Un’insistenza su cui vale la pena di riflettere: quasi come se volesse arrogarsi un diritto di conquista su questa città, come se essa fosse un baluardo, una roccaforte. Ma Provincetown è soprattutto una città di artisti; Cunningham lo spiega molto bene: da fine ‘800, quando la popolazione lasciava le campagne e in genere le terre più provinciali per cercar fortuna nelle metropoli, al contrario gli artisti rifuggivano la città e cercavano luoghi “ai confini del mondo”, in cui recuperare l’essenziale e la purezza della vita e dell’ispirazione. Prima pittori, poi scrittori e autori di commedie si stabilirono o trascorsero alcuni anni della propria vita qui, dando impulso ad una tradizione che, quando Cunningham era studente, si era trasformata in una borsa di studio per studenti aspiranti scrittori o poeti. È proprio grazie ad una di queste borse di studio che Cunningham approda la prima volta a Provincetown, rimanendone stregato.

Il suo omaggio alla città cui in assoluto è più legato è questo libro, che non è un racconto, non è una guida, non è una mera descrizione di luoghi e di fatti, ma è tutte queste cose insieme e, in alcune pagine, è pura poesia.

domenica, 07.03.10

NATIONAL GEOGRAPHIC, GUIDA COMPLETA ALLA FOTOGRAFIA DI PAESAGGIO

Il National Geographic, famoso nel mondo per la sua rivista e soprattutto per le magistrali fotografie del nostro pianeta, decide di non tenere tutto il suo sapere per sé, ma di favorire anche noi comuni mortali spiegandoci come si fa una buona fotografia di paesaggio. Con il consiglio di sapienti fotografi della rivista più famosa del mondo, la Guida aiuta noi, dilettanti allo sbaraglio alle prese con paesaggi sublimi quando siamo in viaggio, ad ottenere il meglio da noi stessi e dalle macchine fotografiche per ricavare scatti che valgano più di mille parole.

Si inizia con una parte generale, ricca di spunti validi per qualsiasi macchina fotografica e rivolti a qualsiasi bipede con una scatoletta con obiettivo in mano. Già dalle indicazioni sui vari tipi di ambienti, sui modi dell’inquadratura, sulla luce e sui tempi di esposizione io, comune mortale che vado in viaggio e voglio scattare belle foto, posso scoprire importanti idee che solitamente nascono dall’esperienza, o dal confronto con altri fotografi. La regola dei terzi, ad esempio, tanto conosciuta ai più quanto sconosciuta a me, mi ha aperto gli occhi su come bisogna scegliere l’inquadratura:  per chi non lo sa, la regola dei terzi consiste nel dividere idealmente il campo visivo del mirino della nostra fotocamera in 9 quadranti separati da linee immaginarie che compongono una sorta di griglia. Bene: il punto focale della nostra foto, l’oggetto della nostra attenzione, nonché soggetto della foto che vogliamo realizzare, non deve essere posto nel quadrante centrale, ma in uno degli altri. Il soggetto decentrato rende dinamica e interessante la foto molto più di quanto sarebbe se esso fosse centrale. Un’altra idea, di cui ho già parlato qui, consiste nel ritagliarsi un mirino da porre davanti all’occhio per guardare attraverso di esso il paesaggio: così ci rendiamo conto esattamente di cosa la nostra fotocamera inquadrerà. Perché è inutile, per quanto il nostro apparecchio possa essere il più evoluto, potente e costoso sulla piazza, non potrà mai avere l’ampiezza di campo visivo dei nostri occhi. Quello che possiamo fare noi è utilizzare la macchina fotografica in modo da avvicinarci quanto più possibile a ciò che il nostro occhio ha visto.

La seconda parte della guida è più tecnica: parla di programmi di fotoritocco e prima ancora di tempi di esposizione, di flash, di ISO,  tutte cose non immediatamente comprensibili ai più.

Per ora ho dato una lettura, interessata alla prima parte, più veloce alla seconda (del resto, non sono io la fotografa della coppia!). Ma sicuramente quando sarà il momento di partire per un bel viaggio, di quelli per i quali merita saper fare delle belle foto, lo studierò come si fa con i libri di scuola, lo serberò come la cosa più preziosa. Come la fotocamera, sostanzialmente.

domenica, 21.02.10

ERNEST HEMINGWAY, VERDI COLLINE D’AFRICA

“Vivere veramente, non puramente trascorrere i giorni"

In questa frase è riassunto lo spirito che anima le pagine di questo racconto e l’avventura stessa di Hemingway: vivere veramente, provare emozioni ed esperienze, non restare lì fermi, ma affrontare ciò che gli si presenta davanti.

Hemingway avverte i lettori in apertura: per questa volta egli narrerà una storia vera, di cui egli stesso è protagonista. Si vuole cimentare con quest'esperienza autobiografica, il racconto di un viaggio-safari in Africa, per valutare se il racconto di una storia vera può essere ugualmente emozionante di una storia romanzata.

Come sempre, gli spunti per narrare eventi autobiografici vanno cercati nelle esperienze eccezionali di chi, avendole vissute, vuole rendere loro omaggio mettendole per iscritto, raccontandole ad altri, in certo senso eternandole. Chi più chi meno lo facciamo noi tutti che amiamo i viaggi e che amiamo serbarne il ricordo. A maggior ragione lo fa uno che scrive di mestiere, uno come Hemingway. Lo dice chiaramente, nel bel mezzo di un dialogo nell'accampamento in mezzo alla savana: esprime l'intenzione di voler narrare di questo viaggio-safari, dell'emozione della caccia, della sua personalissima esperienza in Africa. La cosa difficile, dice, non è tanto scrivere, quanto trasmettere su carta, e ai lettori, quelle stesse emozioni che lui ha provato. Un po' come fa un fotografo davanti ad un paesaggio: non scatta e basta, ma vuole catturare il momento, l'emozione, perché chi vede la foto possa provare quella stessa emozione.
Già nel titolo io personalmente colgo una nota personalissima dell'autore: verdi colline d'Africa. Ma come, non siamo abituati a immaginare, e a vedere in tv, la savana arida e sabbiosa? E le verdi colline dove sono? Ma è proprio questo il bello: nel narrare la sua esperienza in Africa, Hemingway ha colto un dettaglio paesaggistico che se da un lato sa di banale, dall'altro spiazza. Da ignorante quale sono, mi aspetterei come più credibile un titolo "Aride colline d'Africa". Aride, e non verdi. Solo leggendo capiamo che spesso la troupe di cacciatori, Hemingway in testa, si acquatta nell'erba alta, per nascondersi alla vista degli animali; solo leggendo capiamo che siamo quasi a ridosso della stagione delle piogge, quando la pioggia (ma come, piove in Africa? un altro luogo comune sconfessato!) comincia a rendere un pantano la terra che fino a due minuti prima era sabbiosa.

Quanto può essere interessante il racconto di una lunghissima battuta di caccia? Eppure Hemingway si dilunga a raccontare la caccia al leone, al rinoceronte, poi al kudù, poi all'antilope nera, con una passione coinvolgente. Racconta la vita dell'accampamento, l'organizzazione dell'équipe di caccia, con i cercatori di piste e i portatori Masai (che tra l’altro ho rivisto in tv pochi giorni fa a Geo&Geo, emozionandomi perché li ho riconosciuti nella descrizione di Hemingway), riporta i dialoghi più o meno frivoli, non si vergogna di ammettere le sue debolezze e le sue spacconate. Un racconto autobiografico a tutti gli effetti, sullo sfondo di un'Africa di cui l'autore si innamora perdutamente, giorno dopo giorno, fino al punto di arrivare a fantasticare di volercisi trasferire perché solo nella Savana, cacciando, egli si sente veramente realizzato.
Hemingway riesce così nell'intento di portare fuori di sé quell'Africa che sente sua, la fa uscire, la trasmette a chi legge, con immediatezza e freschezza. Siamo con lui mentre imbraccia il fucile, mentre prende la mira per sparare alla sua preda, siamo con lui mentre beve birra ghiacciata per rinfrescarsi dalla calura africana e mentre trangugia whisky per annebbiarsi consapevolmente la mente, siamo con lui quando incontra i Masai, siamo con lui quando abbozza qualche parola in swahili, siamo con lui mentre ci trascina nell'intrico dei suoi pensieri, pensieri che vanno dalla guerra, sempre presente, alla caccia, all'America e, naturalmente, all'Africa.

sabato, 23.01.10

Valerio Magrelli, La vicevita. Treni e viaggi in treno

La vicevita è per l'autore tutto quel tempo che trascorriamo in viaggio per spostarci da un posto all'altro, da un posto dove non viviamo più verso un altro dove vivremo. Nel mentre facciamo da veicolo a noi stessi: non viviamo, ma aspettiamo di vivere. Qualcuno, qualche pendolare rassegnato, potrebbe definire la vicevita come il tempo che perdiamo quando ci spostiamo da casa per andare al lavoro e viceversa.
Il libro è dedicato ai treni. Contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, non è tanto un racconto di episodi accaduti all'autore durante i suoi spostamenti in treno, né l'esposizione di una certa "filosofia di vita" legata al viaggio, quanto piuttosto una serie di ricordi, di versi, di riflessioni al limite del delirante, di associazioni di idee che lasciano perplessi. Ma del resto l'autore è principalmente un poeta, abituato a giocare con metafore e richerche di significati altri e più elevati: è del poeta il fin la meraviglia, e nel mio caso anche lo sbigottimento. Non è il mio genere, lo ammetto, perciò non ho apprezzato particolarmente questo piccolo librino. Probabilmente, invece, per gli amanti del genere è un capolavoro.
Alcune pagine sono interessanti: ad esempio, a proposito dei treni giapponesi, così precisi e altamente tecnologici, l'autore nota il contrasto con il carrellino degli snacks, che passa sui treni nipponici così come sui nostri, e vi vede una residuo paesano, che gli stimola una gran tenerezza. Commovente la riflessione sul "monumento alla crepa" alla stazione di Bologna, con l'orologio fermo all'ora del famigerato attentato: per l'autore la crepa non è altro che un treno, che attraversa le nostre coscienze. In qualche caso ci si può riconoscere, come nella paura di perdere il treno e/o di salire sul convoglio sbagliato. Splendida la metafora che riguarda il vagone che si svuota dei tanti troppi pendolari pigiati al mattino: l'interno sembra "un materassino da spiaggia, gonfio di alito umano".

Chi, volente o nolente, si ritrova a viaggiare spesso in treno, è giusto che legga questo libro, almeno che sappia che esiste. Perché se in cuor nostro tutti noi potremmo scrivere un libro su viaggi in treno, disagi, compagni di viaggio, episodi curiosi ecc., abbiamo bisogno anche di un po' di poesia. E quella non tutti sono in grado di farla. Leggevo da qualche parte che viaggiare in treno è di per se stesso poesia. Concordo più con questa affermazione anonima che con la definizione di vicevita che dà l'autore: sì, se si è costretti a viaggiare per lavoro, e si considera il tempo trascorso in treno come l'inutile parentesi tra casa e ufficio, allora Magrelli ha ragione. Ma io, personalmente, in treno riesco a fare più cose di quante non ne faccia a casa: leggo (tra l'altro, La vicevita l'ho letto proprio durante il mio ultimo spostamento in treno), studio, lavoro al computer, penso ed elaboro i prossimi post che pubblicherò su questo blog: e questa non è forse vita? E anche se in qualche disastroso momento (dovuto alla situazione tragica dei treni italiani, soprattutto quelli delle linee destinate ai pendolari) si può essere d'accordo con l'autore nel vedere nei vagoni quei vagoni blindati che portavano ai campi di concentramento (ma ovviamente esagerando!), tuttavia ritengo il treno una presenza importante della mia vita. E lo dico con affetto. Ne ho presi tanti, da 10 anni a questa parte, e tanti ne prenderò ancora. E non dimentichiamo che il mio primo vero viaggio è stato un inter rail... 

 

giovedì, 07.01.10

Marina Misiti, Donne con la valigia

Avevo annunciato questa recensione, ed eccola qui, puntualissima, al termine delle ferie natalizie.

Mi sono regalata Donne con la valigia di Marina Misiti per Natale. Non solo, ma l'ho regalato ad una mia amica glamour e shopping addicted (come si usa dire ora) e l'ho consigliato al resto del mondo. Perché?

Il Little Pink Book DONNE CON LA VALIGIA è una summa dei consigli elargiti dalle pagine del suo blog da Marina Misiti, una giornalista che ha saputo fare della sua passione principale, i viaggi, il suo lavoro: già solo per questo merita un applauso. Da quando ho scoperto il suo blogzine, donne con la valigia, appunto, sono diventata una cliente affezionata: nelle sue pagine ho trovato di volta in volta spunti, idee, conferme, ed un'impronta tutta personale perché al femminile.

Il libro Donne con la valigia è la naturale evoluzione del lavoro dell'autrice. Prima è stato pubblicato in internet con Lulu.com, poi ha conquistato la tappa della carta stampata.

Il librino è agevole, una veloce guida consultabile in qualsiasi momento. Stile fresco, immediato e scorrevole, qualche citazione pret-à-porter (secondo lo stile del blog) che non guasta mai, e poi consigli e consigli su come fare le valigie, su quale modello scegliere, sul perché dell'esistenza di numerose tipologie. Consigli su come sfruttare al meglio ogni spazio del bagaglio e come ottimizzarne il contenuto. Quindi la check-list tipo per ogni tipo di viaggio: in barca, in montagna, di lavoro... Infine, e le amanti dello shopping apprezzeranno, la storia delle principali case di valigeria esistenti al mondo, da Luis Vuitton alla Samsonite, ad Alviero Martini, sino alle nuovissime Carpisa, Segue... e Piquadro.

Una lettura che è ingiusto bollare come frivola, ma anzi, che mancava nell'ampio spettro della letteratura in materia di viaggi e della manualistica relativa. Donne con la valigia non è certo un manuale, ma un aiuto perché non tutte le donne sono in grado di organizzare mentalmente e fisicamente il proprio bagaglio e spesso ripetono all'infinito gli stessi errori (come portarsi più abiti del necessario) quasi senza rendersene conto. Che tipo di valigia sei? Chiede Marina Misiti alle sue lettrici. Dopo aver letto questo librino saprete rispondere. 

giovedì, 03.09.09

Marilia Mazzeo, Parigi di periferia

Viaggiare vuol dire anche viaggiare dentro se stessi. Spesso è proprio andando fuori del proprio ambiente e delle proprie abitudini che si può capire qualcosa in più di se stessi, o che semplicemente si cambia o si cresce. A maggior ragione se il viaggio capita in un periodo di "crisi" come può essere quello adolescenziale.

Ecco che per la giovane 14enne protagonista del racconto, l'opportunità di stare un mese a Parigi le permette di conoscere meglio se stessa, di capire cosa vuole dalla vita, cosa le piace e cosa no.

Quattordicenne tormentata perché si sente diversa dalla sorella perfettina, a Parigi non è attratta dai soliti percorsi turistici e nonostante la sua passione per l'arte, non è il Louvre che la rapisce: è la periferia, i sobborghi che vengono evitati come peste dai percorsi turistici, soprattutto se le turiste sono delle ragazzine italiane alla loro prima esperienza di vacanza senza genitori. Eppure la nostra 14enne è così, attratta da Pigalle di notte, dal quartiere arabo di giorno, dai capolinea delle linee della metro, dai bistrot più squallidi... alla sua amichetta che le obietta "è un po' sporco..." lei ribatte risoluta "Macché sporco! E' vissuto!".

Vuole mischiarsi a quella gente, non vuole sembrare una turista italiana, lei vuole interpretare il ruolo della giovane parigina libera di girare come vuole per la sua città!

Troverà anche l'amore, che perderà poi pochi giorni dopo, rendendosi finalmente conto di quanto forse si è fatta prendere la mano e trascinare dagli eventi.

Solo una cosa dei consueti percorsi turistici le inciderà profondamente il cuore: Beaubourg. E' così che, a 14 anni, matura la sua scelta di vita: farà l'architetto. Dove studierà architettura? A Parigi, ovviamente!

Attirata dal titolo che mi faceva pensare ad un racconto di viaggio, ho scoperto un racconto di viaggio, sì, ma interiore, sullo sfondo di una Parigi che non tutti vedono e che non tutti conoscono. Delineata sempre a grandi linee, la banlieue di cui la giovane protagonista è innamorata ci viene evocata tutto sommato a pennellate soffuse: del resto, quello che la ragazzina cerca è l'"atmosfera" della periferia, e quello che l'autrice cerca di rievocare è proprio quella, l'atmosfera. Non interessano i bei palazzi, i bei parchi, i bei musei, no. Lei vuole la Parigi vera, la Parigi nascosta dalle luminarie degli Champs Elysées, la Parigi che vive ai margini e che raramente si mostra. Solo chi vuole la può scoprire, ne può cogliere l'essenza e giudicare se sia effettivamente quello il ricordo di Parigi che vuole.

mercoledì, 02.09.09

Colin Thubron, In Siberia

Per rinfrescarmi durante la calda estate, libro più adatto sotto l'ombrellone non si poteva trovare!

Colin Thubron, l'autore è giornalista, scrittore, viaggiatore. Non fa mai viaggi scontati: lui nella sua vita va in Medioriente, in Russia, per lavoro, si intende, e per passione.

Decide di affrontare un viaggio in Siberia, attraverso regioni sconosciute ai più, impervie, disabitate, fredde e inospitali. Vuole scoprire l'essenza della Siberia. In realtà scopre, e fa scoprire ai suoi lettori, una terra sconfinata, di cui pochi conoscono qualcosa. Il grande spazio bianco lasciato sul nostro planisfero mentale al posto della Siberia viene piano piano colmato dalle informazioni raccolte da Thubron, il quale parte da Ekaterinburg, a ridosso degli Urali, segue il corso del Fiume Enjsei, scende fin sul confine con la Mongolia, risale lungo la Lena, arriva fin sul Pacifico.

Vede le città principali, ormai ridotti a centri quasi fantasmi di se stessi, si confronta con la mentalità siberiana, una mentalità che sta cercando di superare lo choc del postcomunismo (così lontani da Mosca, i siberiani si sentono abbandonati dal potere centrale), ma ancora con ben vivo il ricordo degli stermini e dei campi di morte (da sempre, dall'epoca zarista, la Siberia era la discarica dei criminali, poi con l'avvento della Rivoluzione divenne la sede dei campi di lavoro in cui si perpetravano le peggiori torture ai prigionieri). In molti è ancora vivo un sentimento di disillusione (il comunismo è fallito, ma adesso non si riesce a sopravvivere degnamente), la crisi dei valori e degli ideali (il vuoto lasciato dalla caduta del comunismo), ma al tempo stesso la speranza e la ricerca di una nuova spiritualità (la religione, le religioni, tornano ad essere praticate e seguite).

Il nostro autore/viaggiatore entra in contatto con i più svariati aspetti della società siberiana: lui parla, chiacchiera con chi capita sul suo cammino, non importa che sia un'insegnante, un contadino o un cacciatore di frodo; fa domande al professorone universitario, al monaco buddhista, all'ultimo degli sciamani, alla conservatrice di museo, persino al discendente - o presunto tale - di Rasputin.

Pur se vuole trovare e scoprire l'anima della Siberia, Thubron inizia il suo viaggio con una serie di preconcetti di cui non riuscirà mai a liberarsi. Tra questi emerge con forza il suo scettico ateismo e la sua avversione per ogni forma di religione, non soltanto quella cristiana: egli vede nella ricerca di Dio da parte delle popolazioni siberiane solo un rito esteriore e il patetico tentativo di aver bisogno di credere in qualcosa. Anche se partecipa ai riti, li vive con distacco e li descrive quasi con scherno. Altro preconcetto di cui non si libera, ovvero del quale non accetta spiegazioni diverse dalla sua, è l'avversione per il Comunismo in tutte le sue forme. Certo, l'orrore dei Campi di lavoro che egli incontra a più riprese da una parte all'altra della Siberia è più che giusto e giustificato, ma ciò che disturba il lettore è che egli tende a non accettare le idee di chi quell'orrore l'ha subito e che per mentalità o per carattere ora lo vuole solo dimenticare e tende quasi a giustificarlo. Magari sbaglio, ma credo che non si possa andare in Siberia (così come in qualunque altra parte del mondo) a chiedere alla gente cosa pensa e poi dire loro che sbagliano a pensarla così. Non è così che lavora chi scrive di terre lontane e di culture diverse da quella occidentale. Non si può sperare che la gente risponda quello che pensiamo noi. E se noi in ogni caso inseriamo lo stesso la nostra opinione, beh, abbiamo influenzato la visione di quel mondo. Ma questa è una mia opinione e come tale deve essere presa. Forse io sono più per la cronaca nuda e cruda che per le riflessioni a margine.

Al di là di queste cose, ho trovato "In Siberia" estremamente interessante e formativo: innanzitutto io, per quanto ami viaggiare e vedere il mondo, non andrò mai in Siberia. Ho maturato infatti proprio leggendo questo libro che il mio voler viaggiare è un fatto "turistico": non vado alla ricerca dell'avventura o dell'esplorazione, ma vado in quei posti dove so che posso avere un tetto sopra la testa e un letto sotto la schiena, vado in posti già descritti da altre guide, non dove faccio io da precursore. E forse è proprio questa la differenza tra viaggiatore e turista. Pertanto la Siberia non è nell'elenco dei viaggi che farò mai. Proprio per questo però, sono stata stimolata nella lettura. Thubron infarcisce le sue descrizioni con notazioni storiche, geografiche, aneddotiche, letterarie, scientifiche, tutto quanto può darci un'idea completa di una bella fetta di mondo che ai più è sconosciuto.

Libro completo, quindi, mai scontato. Lo sapevate che nel centro della Siberia esiste una città scientifica, Akademgorod? e che al confine con la Mongolia i Siberiani sono buddisti? E che esiste una setta di Ortodossi, detta "Vecchi Credenti" che sono il corrispettivo degli Hamish negli USA? Ecco il merito di questo libro: insegnare qualcosa di nuovo a chi lo legge, per colmare quel grosso spazio bianco che c'è sul nostro planisfero mentale al posto della Siberia.

sabato, 29.08.09

Passeggiate a Ponente

Passeggiate a Ponente. 52 itinerari nelle province di Imperia e Savona, di Ferdinanda Fantini e Gian Carlo Ascoli non è il solito libro sull'entroterra. No. E' un libro scritto da chi ama il proprio territorio, lo conosce come le sue tasche e non perde occasione per esplorarlo sempre più a fondo. Non solo, ma vuole condividere con altri, con quanti più possibile le proprie esperienze, nella speranza di far conoscere sempre meglio il territorio non solo a chi viene in Liguria in vacanza, ma soprattutto a coloro che in Liguria abitano,  vivono e lavorano.

La Liguria di Ponente non è solo bel mare e belle coste, non è solo Sanremo-Imperia-Alassio-Albenga, non è solo Riviera dei Fiori, ma ha un entroterra fatto di paesini sorti in età medievale e di percorsi di mezzacosta e di crinale ancora più antichi che chissà a quando risalgono! I nostri autori ci invitano perciò a indossare le scarpe da trekking e l'abbigliamento adeguato, a dotarci di macchina fotografica per catturare gli scorci migliori e ad incamminarci lungo alcuni di questi sentieri. 

Come già avevo scritto qualche tempo fa in un post proprio sull'entroterra di Imperia, era proprio nostra intenzione intraprendere qualche sentiero, qualche camminata per vedere l'entroterra nascosto e sconosciuto. Ora, aver trovato questo libro ci spalanca ulteriori porte e ci ispira nuove idee. Abbiamo già stilato un primo elenco dei percorsi che sicuramente intraprenderemo e di cui daremo dettagli e descrizione prossimamente su questo blog. Per ora apprezziamo questo volumetto, questa pratica guida che descrive bene il percorso, indica quali segnali troveremo lungo la via, focalizza l'attenzione sulle bellezze artistiche, storiche e naturalistiche nascoste nel sottobosco e dà alcuni ragguagli in più sui luoghi più importanti fornendo, sempre, la bibliografia essenziale.

L'autunno alle porte ben si presta, come stagione, a passeggiate di questo tipo. Il clima mite di questa fetta di Liguria fa sì che ottobre e novembre regalino ancora calde giornate di bel tempo, ideali per camminare. Ecco quindi, dopo aver sfogliato avidamente questo volumetto, i primi percorsi che faremo:

- Dai Balzi Rossi a Villa Hanbury (Itinerario n. 1, pag. 16)

- Prelà-Valloria-Prelà (Itinerario n. 14, pag. 64)

- La "Passeggiata dei Ponti" con partenza da Santa Brigida(Itinerario n. 18, pag. 78)

In sostanza, se avete il pallino delle passeggiate in montagna o per sentieri e per caso bazzicate nella Liguria di Ponente non perdete l'occasione: questa agevole guida fa al caso vostro!

santa brigida

Santa Brigida, punto di partenza di alcuni dei percorsi descritti nella guida.

lunedì, 22.06.09

Fotografi in Egitto

 Le foto d'epoca hanno sempre il loro fascino. Quando poi ad essere fotografati sono luoghi dal fascino immortale, non si può resistere.

libro egitto


Questo libro è una raccolta di fotografie fatte nei primi decenni del '900 da due fotografi altoatesini nel Paese d'Egitto, luogo della terra che in ogni tempo e luogo ha affascinato e incuriosito, nel bene e nel male, buona parte della popolazione mondiale (si pensi a Napoleone "dall'Alpi alle Piramidi...", si pensi alle ricerche archeologiche condotte qui tra l'800 e il '900, si pensi ancora all'alone di mistero che avvolge questa terra, suscitato dalle discutibili teorie presentate ogni mercoledì sera da Voyager, si pensi all'attuale Soprintendente alle Antichità Egizie, Zahi Hawass, che quando viene in Italia è accolto come un divo di Hollywood...).
 
Le foto dei due fotografi altoatesini (Heinz e Giorgio Leichter, raccolte da Claudio Busi e Francis Amin Mohareb) non sono rivolte solo all'archeologia, e in questo sta la bellezza di questa raccolta: aspetti etnografici, come l'uso dello shaduf (di cui modestamente sono un'esperta...) per irrigare, come l'uso della macina per ottenere la farina, come le donne che trasportano sulla testa pesanti anfore, sono altrettanto importanti delle testimonianze archeologiche per capire la cultura di un popolo. Questo è tanto più vero se si pensa che ormai la vita rurale dei contadini che a inizio del '900 ancora popolavano le rive del Nilo si sta ormai inevitabilmente estinguendo. Cambiano le abitudini, i modi di vita: la modernizzazione globale porta per forza di cose a perdere gli aspetti etnografici che contraddistinguono la cultura materiale di un popolo. La fotografia d'epoca è un modo per mantenere vivo se non altro il ricordo di queste abitudini passate e ormai remote... un'utile documentazione storica per capire il passato più vicino a noi, e per guardarlo con quella punta di romanticismo che non guasta mai!

martedì, 19.05.09

Carnet di viaggio: sognare (di viaggiare) ad occhi aperti

Mi sono innamorata dei carnet di viaggio. Li ho scoperti alla Fiera Internazionale del Libro di Torino, ed è stato davvero amore a prima vista.

Il primo, meraviglioso, che mi ha fatto battere il cuore è "Egitto. Cercando l'Aleph" di Stefano Faravelli, che si poteva visionare e acquistare  (35 euro) allo stand della EDT, l'altro è "Hong Kong. Passaggio a sorpresa nel Porto dei Profumi" di Marzia Orlandi e Maja di Giulio, in vendita presso lo stand della FBE Edizioni (22 euro).

Cos'è un carnet di viaggio?

Immaginate di partire per un viaggio in un paese straniero, possibilmente esotico, e di portare con voi la vostra moleskine, matite, penne, pastelli e acquerelli. Immaginate di voler girare quel Paese cercando di catturarne l'essenza, di imprimervi il più possibile ciò che vi trovate davanti nella mente. Non userete la macchina fotografica, ma solo la vostra capacità artistica di disegnare  (beati voi che l'avete, vi invidio tantissimo); in più farete magari dei collages, con i biglietti dei mezzi di trasporto, qualche foglia di pianta esotica, tutto quello insomma che potete raccogliere ed appiccicare su un foglio di carta!

Questo è quello che hanno fatto appunto Stefano Faravelli nel suo "Egitto" e Marzia Orlando e Maja di Giulio nel loro "Hong Kong": un diario di viaggio, una descrizione di luoghi, fatta non tanto di parole quanto di immagini.

Nel carnet di Faravelli, anzi, le parole sono la cornice che fa da sfondo ai disegni, scritte a mano, quasi appunti o didascalie alle illustrazioni, ai panorami, che sono assoluti protagonisti del carnet. Il risultato è un'opera d'arte suggestiva e indubbiamente bella da sfogliare. Sembra di immergersi in un album di altri tempi, fatto in un'altra epoca: noi abituati alle fotografie, ai disegni digitali realizzati al computer, ai manga e alle ricostruzioni 3d, possiamo effettivamente rimanere spiazzati e meravigliati davanti ad un lavoro del genere.

faravelli

Nel carnet su Hong Kong invece testo e disegni si completano a vicenda, dando un'immagine suggestiva della città che diventa quasi una guida per il lettore che sfoglia le sue pagine inoltrandosi nelle contraddizioni di una città in cui la modernità convive con le tradizioni. 

carnet

I carnet di viaggio sono un modo suggestivo e nuovo di vivere e leggere l'esperienza di un paese straniero. Sono l'evoluzione del diario di viaggio...(se penso che i miei diari di viaggio formato cartaceo sono proprio fatti così..ho solo l'handicap che non so disegnare, per cui la parte illustrata nei miei diari è sostituita dalle fotografie)...probabilmente è per questo che i carnet di viaggio mi entusiasmano tantissimo: sono un modo per viaggiare con la fantasia, sognare ad occhi aperti di percorrere quei luoghi con una moleskine e una matita in mano...