I viaggi di Marina e Lorenzo
giovedì, 15.10.09
LA TENDA NERA DEI BEDUINI
I beduini la amano più delle costruzioni in cemento, ovviamente. E' il simbolo di una vita nomade o seminomade cui da migliaia di anni le popolazioni che vivono nel deserto giordano del Wadi Rum non possono rinunciare. Fresca d'estate e calda d'inverno, la tenda può essere suddivisa in più vani, da due a sei, quando la famiglia è numerosa, con un lato lungo che rimane aperto durante il giorno ma che viene chiuso di notte o quando si scatenano le tempeste di sabbia. Il tessuto fitto, sorretto da pali e corde, non fa passare la pioggia torrenziale che cade da queste parti, e mantiene comunque gli ambienti ben areati e freschi. Potrebbe quasi sembrare un hotel 5 stelle, con le debite proporzioni. All'interno ci sono sempre due focolari accesi, uno per le donne in cucina, l'altro per gli uomini che sorseggiano il tè quando ricevono gli ospiti e parlano dei loro affari. Secondo la tradizione, l'ospite che riesce ad avvicinarsi così tanto da toccare un bastone della tenda deve essere ospitato per 3 giorni e 3 notti. Oggi alcune di queste tende sono a disposizione dei viaggiatori, che possono trascorrere la notte vivendo il deserto nel suo senso più pieno, sorseggiando té e mangiando il piatto tipico a base di riso e montone, dormendo poi nel sacco a pelo steso sulla stuoia.

Essere ospitati da un beduino nella propria tenda non è facile: bisogna chiedere permesso al capofamiglia per avvicinarsi ad una tenda autentica abitata che rimane fuori dal consueto percorso turistico. Se il capofamiglia sarà d'accordo, vi potrete sedere sul pagliericcio davanti al té fumante, mentre fuori pascolano le capre e corrono i cani e i bambini, e chiacchierare amabilmente mentre il fuoco si ravviva.

mercoledì, 07.10.09
PETRA: UN “TESORO” NEL TESORO
Il “tesoro” di Petra, il Khazneh, è la magnifica tomba scavata nella roccia che accoglie i visitatori che dal buio e stretto Siq sfociano nello spiazzo da cui iniziano gli itinerari nella città antica più magica del mondo. Il “Tesoro” è una tomba, tanto splendidamente elaborata e decorata fuori, quanto vuota e spoglia all'interno: una sala quadrata con due nicchie aperte nella roccia. Solo i colori della pietra, simili a sete orientali, ne animano la superficie spoglia. La facciata esterna, invece, è un trionfo del barocco dei Nabatei, gli antichi fondatori e abitanti di questa capitale del deserto giordano. Nell'alternarsi di nicchie, colonne e bassorilievi della facciata non si può fare a meno di pensare allo splendore che il Tesoro doveva avere inizialmente, probabilmente ricoperto di stucchi che lo rendevano ancora più esagerato e scenografico. Chi arriva dal Siq e se lo trova davanti agli occhi illuminato dal sole rimane quasi accecato, un po' per il contrasto con il buio dello stretto e tortuoso ex-torrente scavato nella roccia (il Siq, appunto), un po' per la bellezza di questa che è sicuramente da inserire tra le meraviglie riconosciute dal mondo moderno. Un'emozione che “intender non può chi non la prova”, nonostante chiunque tra noi conosca questo monumento, abbia visto Indiana Jones e L'Ultima Crociata e sia rimasto affascinato e incuriosito dal luogo.

Ma il “Tesoro” non è altro che una piccola parte del più immenso Tesoro che è tutta l'antica Petra! Città dei vivi e città dei morti, da un lato le tombe nabatee, poi il teatro romano, poi la città dei vivi, con i grandi templi ancora oggi oggetto di scavi e la via colonnata, mentre sullo sfondo si stagliano altre tombe, tra cui quella che verrà trasformata in chiesa bizantina, la tomba dell'Urna. Dietro i monti, poi, ben nascosto oltre un sentiero battuto soprattutto da ragazzetti beduini a dorso d'asino che ben poco si preoccupano della salute dei turisti che salgono, si apre il “Monastero”, Ad-Dayr, che supera in magnificenza lo stesso “Tesoro”.
Il bello di Petra è che fu abbandonata nel VI-VII secolo d.C. e non fu mai più abitata stabilmente né ricostruita. Divenne territorio dei Beduini, che tenevano ben nascosto il luogo agli Occidentali finché un bel giorno lo svizzero Johann Ludwig Burckhardt nel 1812 non riuscì a farsi passare per un beduino e a carpire il loro segreto. Narra Burckhardt che a stento riuscì a trattenere l'eccitazione e la meraviglia alla vista di Tesoro e dintorni, per la paura di essere scoperto e smascherato. Quando tornò in Europa, poi, non perse tempo, e Petra fu rivelata al mondo intero.

Petra è rimasta congelata, se così si può dire, per 1500 anni. La città nabatea e poi romana è rimasta immutata, nessuna Petra moderna si è sostituita a quella antica. Ciò che vediamo oggi sono quindi le rovine di una città che 600 anni d.C. smise di vivere. E questo rende ancora più forte la sensazione di essere in un posto magico, in un tesoro che si svela, passo dopo passo.
mercoledì, 12.11.08
JERASH, lo splendore della Pompei di Giordania
"E' la Pompei di Giordania!"
Con queste parole le guide presentano ai turisti una delle più belle città romane d'oriente, tra le meglio conservate e più monumentali. Si trova a N della Giordania e fu città florida e fiorente in età imperiale, nei primi secoli della nostra era, quando l'imperatore Adriano nella sua politica di consolidamento del potere in oriente la arricchì di un'imponente porta cittadina. Si entra nella città romana proprio passando al di sotto di quest'arco, si prosegue costeggiando il grande circo, quindi si arriva davanti alla porta urbica vera e propria.

E da qui inizia un tuffo nel tempo.
E' difficile parlare di rovine.

Si accede immediatamente nel foro ovale, una grande piazza ellittica unica nel mondo romano, circondata e delimitata da un colonnato interamente in piedi (frutto di restauro, certo, ma ugualmente bello e spettacolare). Se ci si dirige a sinistra dell'ingresso, si può salire al santuario di Zeus. Dico "salire" perché il santuario è organizzato, secondo la moda ellenistica, per terrazze successive che salgono sempre più in alto fino al tempio, dal quale si domina con vista panoramica la città. Da una delle terrazze del tempio si accede al teatro, ancora oggi sfruttato per spettacoli e festival; è un edificio molto capiente, la cavea per il pubblico è molto molto alta e ben conservata, così come la parete di fondo della scena, con la sua caratteristica architettura di finestre, semicolonne e le 3 porte da cui entravano gli attori che recitavano le tragedie di Eschilo, Sofocle, Euripide.
Uscendo dal teatro si percorre una via panoramica, punto di vista ideale da cui guardare la sottostante città e immaginarla brulicante di vita mentre scorgiamo quella lunga e monumentale arteria che è la via colonnata.
La via panoramica termina su una collinetta sulla quale un tempo sorgevano 3 chiese bizantine: una di queste aveva il pavimento decorato a mosaici che rivelano una grande maestria e abilità nella costruzione. Cominciando la discesa ritorniamo nella città romana, ma anche qui possiamo vedere i segni lasciati dalla religione cristiana bizantina: i templi per esempio, il tempio di Dionisio trasformato in cattedrale e l'imponente santuario di Diana le cui colonne si stagliano contro il cielo (e vedere il sole al tramonto che filtra attraverso di esse non ha prezzo) sono sopravvissuti proprio perché riutilizzati come luoghi di culto per la nuova religione. Il santuario di Diana, come quello di Zeus, sovrasta la città sottostante. Addirittura dalla sua terrazza parte un'imponente scalinata che scende fino alla lunga via colonnata creando un effetto prospettico, sia da un lato che dall'altro, davvero unico.

Ed eccoci nel centro brulicante di vita della Gerasa romana: percorriamo l'impressionante via colonnata. Il restauro che è stato eseguito qui per risollevare le colonne crollate sotto il peso dei secoli, è sicuramente stato invasivo e non filologicamente corretto, ma risponde pienamente alle esigenze del pubblico di avere un impatto forte e impressionante sull'immaginazione. E' cosa ben diversa percorrere la via colonnata con le colonne ricostruite secondo quella che doveva essere la sistemazione originale e percorrerla invece con le stesse colonne lasciate però a terra, così come sono state trovate. Anche l'occhio (del pubblico) vuole la sua parte: e ricostruendo la via colonnata si è fatto in modo che il visitatore possa tornare a casa ricordando qualcosa in più di quei "4 sassi" che si vedono in tutti i siti archeologici. La via colonnata torna indietro verso il foro ovale. Una selva di colonne ci circonda, pallido ricordo di quanto doveva essere ricca e sfarzosa questa città, adorna di marmi, di statue, di grandi edifici pubblici.
Il nostro tour nella Pompei d'Oriente termina dove siamo partiti: dall'imponente porta/arco di Adriano, l'imperatore romano che più di ogni altro amò l'Oriente Mediterraneo.
giovedì, 16.10.08
Lode all'inviolato fascino di Petra
Per quasi 2000 anni è rimasta isolata dal resto del mondo. Dopo secoli di abbandono, dopo secoli in cui i beduini hanno svuotato tombe, chiese, templi e palazzi ed hanno rioccupato questo luogo magico facendovi pascolare le greggi, Petra è tornata. La sua identità è stata rivelata con l'inganno, si potrebbe dire, da un esploratore che, fintosi un beduino, si fece quasi "beccare" quando rimase estasiato di fronte a tanta meraviglia, lui, primo europeo dopo secoli a vedere questa città abbandonata.

In realtà è improprio chiamarla città, o meglio, solo città. Le rovine del regno nabateo, poi città romana (ancora non si è capito come abbiano fatto i romani a conquistarla...di sicuro non con la forza, dato che una battaglia nella gola del Siq sarebbe stata un suicidio) non sono nulla in confronto alle favolose tombe scavate nella roccia. Già, sono tombe: il Tesoro, l'impressionante facciata che dà il benvenuto a chi esce dal Siq, altro non è che una tomba, tanto elaborata e ben scolpita fuori quanto scarna all'interno: una cameretta quadrata con 2 nicchie, totalmente spoglia e arricchita soslo dai naturali colori della roccia. Monumentale facciata, quella del Tesoro, sembra una cattedrale che si affaccia su una piazza, per chi arriva dallo stretto, buio e angusto Siq.

Sono dunque le tombe scolpite nella roccia con un'attenzione quasi maniacale per il dettaglio, la vera bellezza di Petra. Bellezza e unicità. Perché solo a Petra (eccetto Piccola Petra che ha monumenti simili ma non uguali) si trovano tali testimonianze dell'ingegno dell'uomo. Perché tali tombe? Perché così e non in altro modo? Perché alcune sono particolarmente elaborate e altre no? Una, la Tomba dell'Urna è stata addirittura trasformata in chiesa bizantina, tanto la facciata era elaborata, barocca, direi; un'altra, isolatissima, realizzata in alto, dove solo i più motivati e resistenti possono arrivare, è il Monastero, talmente imponente da impressionare, ancora, chi non ancora sazio di meraviglie arriva fin quassù dopo aver visto, oltre al Tesoro e alla chiesa bizantina, anche il cosiddetto "Palazzo" e la Tomba Corinzia.

Petra va vista almeno una volta nella vita. Non perdete l'occasione!
mercoledì, 15.10.08
PETRA: il fascino di un istante indimenticabile. Da non perdere.
PETRA...è uno dei luoghi più famosi del pianeta, uno dei luoghi che l'intervento dell'uomo ha reso bellissimo. E' sicuramente una delle meraviglie del mondo, intese come opera dell'ingegno umano davanto alle quali bisogna chinare il capo, ammirati.
PETRA...eppure la sua scoperta è relativamente recente. lo svizzero Burchkarth, a fine '800, infiltratosi tra i beduini del wadi Musa fu portato attraverso il Siq fin davanti al Tesoro. Un nuovo mondo gli si era aperto davanti, un universo parallelo che i beduini tenevano nascosto da quasi 2000 anni. Il patto che Burchkarth fece con i beduini era che avrebbe mantenuto il segreto. Oggi Petra è visitata ogni anno da migliaia e migliaia di persone. Il fascino dell'inviolato ha fatto presa su di noi: percorrere il Siq, questo corridoio stretto scavato da anni e anni e anni di erosione, un canyon nel Medio Oriente, ci trasforma in oderni esploratori, talmente proiettati in avanti, alla prossima curva, da perdere quasi tutti i dettagli della roccia, con le sue striature, i suoi colori unici al mondo.

Si cammina, si cammina. Per 2 km sale l'aspettativa, cresce l'emozione di essere lì sul punto di vedere quel famoso spiraglio che si apre, quell'immagine vista talmente tante volte in fotografia da essere ormai entrata nel nostro DNA,ma che sicuramente sarà capace di donarci un'emozione unica quando la vedrenmo dal vero. E così è, naturalmente, perché vedere dal vivo non è la stessa cosa che in fotografia, o in un film. La visione diretta è la cosa migliore, sempre e comunque. Quando si tratta di portare a casa ricordi unici poi, è ancora più importante. Lasciamo fare agli altri le fotografie: vedere con i nostri occhi lo stretto corridoio che si schiude davanti a noi non ha prezzo, e non c'è foto o filmato che possa sostituirsi ai nostri occhi con lo stesso risultato. Certo, direte, vogliamo portare a casa il ricordo di quelle impressioni: ma siamo sicuri che sia meglio affidare il ricordo ad una videocamera piuttosto che ai nostri veri occhi? Siamo sicuri che riusciamo comunque a dedicare totalmente la nostra attenzione a ciò che stiamo facendo, mentre siamo impegnato a filmare con mano ferma e zoom adeguato? Rischiamo di vedere Petra attraverso uno schermo, come l'abbiamo più volte vista in TV; rischiamo ancora una volta si sacrificare i nostri occhi facendoli passare attraverso un canale di mediazione, com'è l'obiettivo della video o della fotocamera.
NO. Non dobbiamo permetterci questo errore. Per quell'unica volta nella vita che vediamo Petra, cerchiamo di viverla il più possibile nel presente, non preoccupiamoci, come facciamo nella vita di tutti i giorni, del futuro.
Non si vive di ricordi. Si vive nel presente e si fa il possibile affinché il nostro presente sia il migliore. Non si guarda l'ingresso a Petra attraverso uno schermo: tanto varrebbe farlo da casa, comodamente seduti in poltrona. No, non sprechiamo un'occasione unica, viviamola fino in fondo.
martedì, 05.08.08
AVVENTURA NEL DESERTO - una storia da raccontare, un ricordo da serbare...
In tutti i viaggi c'è qualche particolare aneddoto che rimane impresso, qualcosa che vale la pena di raccontare, qualche avvenimento che ti fa venire in mente di dire "ah! quando lo racconterò ai miei nipoti…!"; momenti intensi, momenti che danno emozioni incredibili, eventi che sono pressoché unici..
Per questo motivo vale la pena ricordare un piccolo episodio di cui siamo stati testimoni/protagonisti a marzo scorso, nel deserto giordano di Wadi Rum. Solo che questa volta vorrei provarlo a scrivere non come semplice raccontino, ma come se fosse uno stralcio da un romanzo. Anzi, perché no? potrebbe essere il mio primo esperimento in fatto di letteratura di viaggi...
Era l'ultimo giorno di viaggio. La Giordania si era rivelata favolosa, una rivelazione continua, in un crescendo di meraviglie che avevano raggiunto l'apice il giorno prima, con Petra. Già Petra, da sola, era valsa il prezzo del biglietto, come si suol dire, ma mancava ancora una tappa: l'escursione nel deserto del Wadi Rum, a bordo di una jeep guidata da un beduino. L'impresa sembrava interessante: il Wadi Rum era il deserto in cui Lawrence d'Arabia aveva trascorso tanto tempo, compiendo le imprese per cui ancora oggi è famoso, ma soprattutto era un'area immensa, attraversata per secoli, anzi per millenni, da carovane che lungo la via della seta giungevano a Petra dalla penisola arabica, e che avevano lasciato impresse sulle rocce le tracce del loro passaggio.
Il sole era alto nel cielo, e nonostante fosse marzo cominciava a fare un discreto caldo.
Il pulmann ci scaricò all'ingresso del parco. Lì all'ingresso ci attendevano i beduini che ci avrebbero portato a zonzo per il deserto. Eravamo curiosi, avevamo fretta di partire: io non avevo mai visto un deserto! Ci mettemmo d'accordo, noi quattro che eravamo i più giovani della comitiva, e salimmo sulla prima Jeep libera. Di lì a poco ci raggiunse il "nostro" beduino: era giovane, alto, con un portamento elegantissimo nel suo lungo abito nero, che lo faceva sembrare un principe del deserto.
Tutte le auto si misero in marcia: una colonna di cinque jeep di lì a poco avrebbe abbandonato il mondo civile per avventurarsi in quell’ambiente arido e ostile che è da sempre il deserto…ero a dir poco in fibrillazione. La mia macchina fotografica era pronta a cogliere il più lieve dettaglio, perché non volevo perdere proprio niente di quella giornata, nessuno scorcio, niente…
Cinque jeep incolonnate piano piano si stavano allontanando dalla strada asfaltata e si stavano inoltrando nel deserto, lungo una via che era ormai diventata uno sterrato sotto le nostre gomme. Accanto, parallela a noi, correva la ferrovia, un unico binario che solcava il deserto e andava verso la civiltà. Chissà da dove veniva, chissà dov’era diretta…
Il nostro beduino non parlava molto e noi, del resto, non è che fossimo così interessati a chiacchierare per ora: eravamo invece tutti protesi con lo sguardo fuori dal finestrino, curiosi di quel panorama così nuovo che ci si stava aprendo davanti. Improvvisamente però, una sterzata tremenda, e la nostra jeep andò decisamente fuoristrada, staccandosi dalla colonna sotto gli occhi, basiti, di tutti gli altri nostri compagni di viaggio.
Cosa stava succedendo? Mentre le altre auto si allontanavano, il nostro beduino aveva decisamente cambiato rotta e si stava dirigendo, e ci stava dirigendo, verso la ferrovia. Perché la ferrovia? Cosa aveva visto? Lo capimmo in un lampo: su quell’unico binario, soprelevato rispetto al pianoro deserto, stava, fermo, tranquillo e placido, un dromedario, incurante del fatto che si stesse avvicinando di gran carriera un treno – forse l’unico di tutta la giornata? Chissà.. – che non aveva nessunissima intenzione di interrompere la sua corsa per aspettare i comodi dell’animale.
Il dromedario restava immobile. Il treno non poteva far altro che fischiare all’impazzata per farlo spostare, ma niente, non c’era niente da fare.
Noi da dentro la jeep eravamo agitatissimi: oddìo, e adesso?
Il nostro beduino arrivò fin sotto la scarpata della ferrovia, scese dalla jeep, andò sotto il binario e cominciò a lanciare una serie di sassi al dromedario per farlo allontanare. Macché, il dromedario sembrava anzi indispettito, e continuava a stare inchiodato lì. Possibile che non sentisse neanche vibrare i binari sotto le sue zampe?
Era un’immagine al tempo stesso drammatica e bellissima: la sabbia quasi arancio, il dromedario che si stagliava nell’azzurro del cielo, dello stesso colore della sabbia, fiero e impettito, e il beduino, dietro di lui, la cui veste nera che risaltava nella luce del sole lo rendeva ancora più elegante, un vero principe arabo, da Mille e una notte.
C’era forte tensione nell’aria, noi tutti tenevamo il fiato, per non disturbare ciò che stava accadendo lì fuori. Eravamo rimasti in macchina, guardavamo la scena attraverso il vetro, come in casa si guarda un film attraverso il televisore; eravamo spettatori in prima fila, impotenti, di un evento che non capita a tutti di vivere.
Poi, finalmente, un colpo ben assestato, un sasso più appuntito degli altri convinse il dromedario, decisamente infastidito e innervosito, ad allontanarsi e a sgomberare il binario. Appena in tempo: pochi secondi infatti e passò il treno, che non aveva assolutamente rallentato la sua folle corsa.
Il nostro beduino risalì in macchina e, come se non fosse successo niente, ritornò sulla via principale e raggiunse le altre jeep che ci stavano aspettando. Aveva compiuto il suo dovere, probabilmente. Ma per noi, quel gesto l’avrebbe reso per sempre un eroe.
Marina Lo Blundo

